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...alla
ricerca delle tracce dei canali e dei mestieri
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"S. Giovanni fa vedere gli inganni" si dice a Reggio
ed anche i proverbi ci conducono alla riscoperta dei mestieri.
In piazzetta piccola, come era chiamato nel medioevo l'angolo
della piazza di fronte al Battistero, stava una larga
pietra, ora conservata ai musei, utilizzata per verificare
che la misura delle merci acquistate al mercato fosse esatta.
Al fianco dello stesso Battistero, su una delle lesene
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a
lato della porta, stanno le misure per i panni di lana. Nella
stessa piazza, sul lato antistante al Duomo, nel palazzo delle
Notarie, si trovavano gli uffici dei
notai ed il tribunale al quale potevano fare ricorso quelli
che ritenevano di avere subito truffe commerciali. Il "guaitone"
del mercato, come ricostruisce L. Serra (Reggio storia 80)
ne controllava l'andamento, come risulta dagli statuti reggiani
del 1265. Questa attenta organizzazione ci dimostra quanto il
Comune avesse a cuore il corretto svolgersi delle attività
economiche, tanto di quelle produttive, per cui in vario modo
acque e mulini sono indispensabili, quanto di quelle commerciali.
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La
piazza del Duomo conserverà
immutato nel tempo il suo ruolo di cuore della città,
luogo del potere politico, luogo del potere religioso e mercato,
pur cambiando il suo aspetto: l’antico
battistero a corpo separato viene ad essere inserito nello
sviluppo degli edifici del vescovado, il palazzo del Comune
viene trasferito nell’attuale sede, mentre dell’antica
resta solo il ricordo nella torre dell’orologio che sovrasta
il palazzo del Monte, cioè la sede del Monte di Pietà.
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E’ questa una istituzione importante voluta per arginare
il fenomeno dell’usura: i cittadini danno in pegno oggetti
in cambio di denaro e ne possono tornare in possesso restituendo
la somma prestata; quando
ciò non fosse possibile gli oggetti vanno all’asta
ed il ricavato deve essere devoluto ad attività benefiche,
appunto di “pietà” ai musei si conserva l’
antica porta del “Monte”che lo fa assomigliare
ad una grande cassaforte. Nel monte di pietà viene poi
aperto uno sportello bancario da P. Manodori da cui avrà
origine la Cassa di Risparmio, ma siamo con questo ormai lontani
dalla Reggio medioevale di cui ci occupiamo. Della città
medioevale resta testimone la torre comunale che i reggiani
chiamano torre del bordello,
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in memoria del fatto che a fianco di essa , come abbiamo già
detto in altra parte del nostro lavoro, si trovava il bordello,
documentato fin dal 15° secolo. La torre vegliava però
anche su altre attività: nella stessa via abitava il
boia, come comunemente veniva chiamato il “Mastro di giustizia”
cui spettava il compito di eseguire le sentenze di morte, ma
anche di infliggere le pene corporali, di torturare per conto
del podestà i processati con i tratti di corda o le bruciature
sui piedi. Per un certo tempo, attorno al 1681, perciò
la via prenderà anche il nome di vicolo del Mastro di
giustizia. Qui però aveva anche sede una pia casa della
carità, fondata nel 12°secolo, condotta dai terziari
francescani detta la congregazione del paiolo che distribuiva
da mangiare ai poveri (Nironi). Interessante
è il disegno del 1616 che rappresenta la Pia casa della
carità, detta dei frati del parolo.
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Oggi
nella piazza è la statua
del Crostolo a ricordarci l’importanza dei corsi d’
acqua per lo sviluppo della città e a custodirne la memoria
storica. Curioso ma positivo segno di un recupero di tale memoria
storica locale, è il nome dato ad un pub di via
S.Carlo
collocato nel palazzo dove aveva sede l’arte della lana.
Poiché il canale maestro passava per quella strada, questo
è il nome che è stato dato al locale. C’è
però ora un altro settore della città dove la
memoria del canale di Secchia è stata recuperata: chi
va oggi a passeggiare sulla pista pedonabile che correndo tra
i prati e lungo un tratto recuperato del canale di Secchia,
appunto, si sviluppa parallela a via Che Guevara per
uscire
in via B. Croce, può, riscoprire su una serie di cartelloni
la storia del canale.
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Alla fine di via del Guazzatoio, percorsa in antico dal canale
Maestro, come si ricava dalla mappa Banzoli, si
incontra casa Lasagni oggetto di una pregevole opera di restauro
che ha riportato alla luce l’arco
d’ingresso dell’antica porta Castello, nelle
mura della città delle quali si conserva l’unico
tratto sulla sinistra della casa stessa. Proprio
lì, il canale entrava in città sottopassando
le mura. La mappa che localizza gli opifici
sui canali reggiani ci consente di vedere quello che ora
solo la toponomastica ci potrebbe ricordare, come cioè
quella fosse una delle aree della città più
importanti per le attività economiche. Nel
corso di lavori di scavo fatti per intervenire sulla rete
fognaria è stato possibile ritrovare
il canale, come si può vedere dalle foto che mostrano
la volta di copertura costruita quando fu deciso che i canali
dovessero scomparire o scorrere sottostrada e non più
a cielo aperto. La nostra visita guidata, seguendo i canali
dal loro ingresso in città, per via del Guazzatoio
e via S Carlo ci ha portato dunque nel cuore della città
medioevale, in piazza del Duomo, in piazza del Monte, in via
Sessi davanti all’unica casa torre sopravvissuta
alla trasformazione della
città.
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Dopo
una tappa ai musei, la camminata sulle tracce del Medioevo si
è conclusa nell’area
dove i canali
si avvicinano all’uscita dalla città, a porta S.
Croce. Sulla vicenda della
porta
di S. Croce, nodo altrettanto importante quanto porta Castello,
poiché qui escono i canali, dopo aver svolto le funzioni
molteplici di cui abbiamo parlato, vi è uno studio molto
interessante di Aurelia Fresta, pubblicato su Reggio Storia
nr. 88. La studiosa, facendo riferimento allo storico A. Balletti,
ricorda che proprio da lì iniziò la costruzione
delle mura con la porta i cui lavori iniziarono nel 1199, sotto
il governo del podestà bolognese G. Lambertini. La porta
si presenta simile a quella di porta castello, è una
torre rettangolare di m 15,60 sulla fronte, di m 9,90 sul fianco.
Lo spessore dei muri è di un metro e mezzo,due aditi
larghi m 4,20 consentono l’ingresso in città. Anche
questa ha una copertura a tetto sporgente appoggiato sui merli,
in direzione della campagna, aperta verso la città. La
porta si presenta in origine come una struttura difensiva. Anche
qui è l’intervento e la tagliata voluto dal duca
d’Este per costruire i bastioni che modifica tutta l’area
all’interno e all’esterno della porta che viene
chiusa nel 1552 a causa del terrapieno del bastione. Sarà
riaperta al passaggio pedonale nel 1564. Le mappe Banzoli e
Camuncoli ci descrivono questo angolo della città e come
il canale sottopassasse le mura attraverso la “veza”
o botte. Fino
al 1319 appena oltre vicolo Venezia vi era un mulino poi eliminato
quando il canale viene deviato a ponente per irrigare le terre
su cui sorgerà il convento dei cappuccini con un orto
importante.
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In
questa zona sorge però un nuovo mulino molto importante
detto appunto il
mulino della Veza. Il nome di via della Veza ce lo ricorda.
Le foto d’ epoca ci mostrano le diverse fasi di cambiamento
della porta e del quartiere. Il restauro della porta fatto nel
1859 ne ha profondamente modificato l’aspetto. Superate
le mura, il canale di Secchia si avvia verso la zona di Novellara
assumendo la funzione di via d’acqua. La mappa Penaroli
ci mostra come si presentava la zona di fuori porta S. Croce,
ricca anch’essa di mulini.
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Uscita
del canale di Secchia dalla città, mappa del
XVII secolo conservata all'Archivio di Stato di Modena.
Mostra il Canale di Secchia che incontra il Canale d'Enza,
detto anche Canale Ducale, poco oltre il Mulino della
Nave, accoglie le acque del torrente Rodano non lontano
dal Ponte delle Rotte e, divenuto Canalazzo, confluisce
nel Crostolo a valle dell'Osteria del Magnano. |
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