il contesto storico

Fatti e Misfatti di Reggio Medievale dal Chronicon regiense.
Gli avvenimenti Reggiani
Gli autori assistono alle trasformazioni civili prodotte dalla crisi dell’universalismo di Chiesa e Impero e dal particolarismo dei Comuni: dopo Federico secondo (1250), col Grande Interregno (1250-1273) si apre la crisi dell’Impero che non si risolverà con Enrico VII°, né con Lodovico il Bavaro o Giovanni di Boemia. Dal 1308 al 1378, l’esilio avignonese toglie prestigio alla Chiesa eppure Impero e Chiesa, nel nascente spirito nazionale sono in cima al pensiero politico: non a caso il Chronicon si apre simbolicamente con Carlo Magno incoronato imperatore nell’ottocento.
I regimi comunali sono dominati dalle grandi famiglie feudali che lottano tra loro per la formazione di signorie regionali. Il diritto feudale-signorile sopraffa quello romano dei comuni, che diventa diritto interno agli stessi: ciò che conta è la riduzione della molteplicità degli enti locali a formazione più ampie, governate da nuove gerarchie di potere: la signoria viscontea si realizza nei decenni trattati dal Chronicon e culmina nel grande stato di Gian Galeazzo Visconti, da Milano a Perugia. Tutto ciò si compie non per disegno provvidenziale ma con frode e sangue; il Chronicon registra una serie infinita di omicidi tradimenti e lutti, una prassi che porterà a far coincidere la politica con la forza. Pietro non dà alla sua cronaca carattere ecclesiastico: il monastero, che ha beni sparsi su ampio territorio, è soggetto a spogliazioni e perdite che occorre fronteggiare trattando con gli usurpatori od opponendosi loro. Dei vescovi e della chiesa reggiana danno notizie scarse e incomplete, nessun giudizio sul governo spirituale e politico dei presuli e sulla vita del clero. Eppure non mancarono i temi. Gli autori del Chronicon, più o meno vicino al diritto, non colgono le implicazioni tra codice e canone; quando, nel 1184, il vescovo Albricone è fatto podestà non si rivela la portata della fusione del potere civico ed ecclesiale. L’elezione popolare del vescovo è ricordata nel 1243: tra Guizzalo Albriconi e Guglielmo Fogliani il papa sceglie il secondo espulso però da Enrico che occupa il palazzo vescovile. Nel 1280 il vescovo scomunica il popolo, il consiglio e il capitano del popolo renitente a pagare le decime; il conflitto sarà risolto dando facoltà ai cittadini di pagare o non secondo coscienza. Non molti i dati riguardanti la popolazione e l’economia: sulla famosa carestia del 1349-1350 Pietro scrive: ”Ci furono a Firenze 200 mila e 50 morti; fino alla festa di ognissanti per tutto il mondo di qua e di là dal mare ci fu una terribile e orrenda pestilenza. Nel 1349 a Reggio sono pochi gli uomini; nel 1351, in città e borghi sono 700 gli uomini atti alle armi”. Il Chronicon registra altresì il prezzo delle derrate negli anni di carestia ma tace sulla moneta reggiana. La cronaca è documento della vita cittadina, milites et populus, governata da organi locali e da famiglie esterne. La città, benché fortificata (nel 1314 si finisce la cinta di mura, nel 1315 si inizia lo scavo delle fosse) è aperta alle aggressioni esterne.
I governi cittadini
Le principali famiglie feudali se ne contendono il potere; ricordiamone alcune: nel 1270 il Comune fece abbattere i fortilizi, le case e i castelli della città e della diocesi di Reggio che erano proprietà di quelli da Sesso e dei loro amici. Nel 1288 il giudice della podestà di Parma e il comandante della guardia armata del capitano del popolo di Parma assumono la signoria di Reggio e dell’Episcopato a nome del comune di Parma. Dal 1292 al 1306 governarono la città gli Estensi. Nel 1326, vacante l’Impero, Reggio si consegna alla Chiesa ma nel 1328 il rettore da questa inviato è ucciso e ciò fu l’inizio della rovina e della distruzione di Reggio, il popolo non disse nulla. Dal 1331, Fogliani e Manfredi sono signori di Reggio sino al 1335, anno in cui cedono il potere ai Gonzaga, ricevendo 400 fiorini oro al mese, 30 ville per 3 anni e 5 castelli. Il Governo dei Gonzaga porterà rovina alla città introducendo il dazio( 1339) dimezzando il valore della moneta (1343) alterando il tessuto urbano con la costruzione della cittadella, minaccia costante sulla città. La signoria dei Gonzaga sarà una punizione per la città e quando se ne ritireranno (1371) daranno vita a quel feudo di Novellara-Bagnolo che sarà per secoli ostacolo all’espansione della città verso l’area padana e il Po da cui traeva vita. La devozione del popolo è sostenuta dalle chiese parrocchiali e dagli ordini religiosi; ricordate sono: S.Benedetto (1210), Gesù Cristo (1233), i conventi dei frati minori di San Nazzario (1254) e dei frati gaudenti (1261), San Pietro (1281). Nel 1260 ”fuit scoa magna Regio”. In ognissanti, laici e chierici col vescovo e religiosi percorrono le vie cittadine percuotendosi. Il mito dei flagellanti (scoa sta per scopa) porta i modenesi a Reggio e i reggiani a Parma. Nel 1340, analogo moto, interessante più città, riunì 8000 persone a San Michele in Bosco. I lavoratori erano organizzati in corporazioni di arti e mestieri, e nel 1279 fu eletto il primo capitano del popolo. La vita produttiva non è documentata dal Chronicon: l’opera tuttavia non manca di sottolineare il fatto che Reggio, non sapendo trovare una intesa nei suoi ordini civili ecclesiastici e popolare, apra la via all’ingerenza di feudatari interessati a costruirvi una signoria. Reggio non seppe esprimere una dinastia capace di reggere la sorte della città e dell’episcopato e rivelò la vocazione a un ruolo subalterno, dovuto a ragioni ambientali e incapacità umane. Gli autori esprimono il loro giudizio su persone: il podestà Bonaccorso Bellincioni di Firenze (1266) fu un uomo buono verso il popolo di Reggio, soprattutto nei confronti dei poveri e ostile ai nobili, cui imponeva tasse come ai poveri. E molto giustamente esigeva i tributi anche dai nobili e dai cavalieri e difendeva i diritti del comune. Giudizi opposti esprimono verso podestà inferiori alla loro missione, essenziale per l’equilibrio e la pace della città, che meglio poteva essere assicurati da persone estranee a questa e alle fazioni che l’opprimevano. Sul cattivo esito degli eventi, gli autori non tacciono il loro rammarico; nel 1270 si scrive che queste sono le cose fatte da questo popolo nel tempo del suo governo e non ci si meravigli se la città ora langue; ciò riguarda le cose distrutte da lui stesso e dai suoi.

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