dai canali ai mestieri

La Reggio dei canali
Anche per Reggio, come per tutte le città in cui, finiti i secoli bui dell'alto medioevo riprendono a fiorire le attività economiche, l'acqua è una risorsa vitale. La città, come ricorda il Cronicon, è sorta nelle vicinanze del Crostolo il cui percorso cambia nel tempo. Nelle vicinanze della città scorrono però anche il Secchia e il Tresinaro ed è proprio da questi che, con una straordinaria opera di ingegneria idraulica, si ricava un sistema di canali di vitale importanza per molteplici attività: il più importante è il canale di Secchia, chiamato Canal Grande, scavato probabilmente nel 12° secolo. Salimbene de Adam, nella sua cronaca ricorda che nel 1202, fu concessa l'acqua del Secchia, su arbitrato del marchese Guido Lupo, podestà di Parma, di Guarizzo da Michara e Aimerico Dodhami, podestà di Cremona al podestà di Reggio Gerardo Rolandini. (A. Fresta – Reggio storia 43). Il cronachista ricorda anche che, se la città aveva fatto un importante contratto per l'utilizzo dell' acqua del Secchia, aveva però avuto un grande danno dal Crostolo. Nel 1276, infatti, ”venne un diluvio grande e straordinario di acque” un martedì sul finire di giugno che fece tracimare il Crostolo tanto da allagare i campi da Rivalta a Bagnolo ed anche il borgo di ognissanti in città. Questa pioggia durerà quattordici mesi portando morte, rovina ed impedendo ai contadini di seminare. E' evidente che si tratta di un evento eccezionale che non impedisce comunque ai Reggiani di procedere nella costruzione dei canali, opera che comporta notevoli interventi di ingegneria idraulica. Lo stesso Banzoli definisce “meravigliosa” la botte che consente al canale di Secchia di sottopassare il Tresinaro. Ugualmente importanti sono i ponti canale che consentono di far superare il canale ai torrenti che esso incrocia nel suo percorso. Tutto un sistema di chiaviche consente poi di dare l' acqua ai campi per l'irrigazione. Infine il canale entra in città a Porta Castello ed ha una portata di 1700 litri al secondo.
L'interessante studio dell' architetto Maria Cristina Costa che ha curato il bellissimo intervento di restauro conservativo fatto su casa Lasagni a fianco della quale si può vedere l' unico tratto conservato delle mura, ha messo in evidenza l'arco dell' antica porta Castello, risalente al 1226 e ha riportato alla luce molte parti interessanti delle mura al di sotto delle quali scorreva il canale Berignum, detto poi di Secchia, che, in questo punto entrava in città. Il canale scorreva di fianco ai portici di via del Guazzatoio, seguiva perciò circa il percorso del Cardo Romano, come risulta evidente nella foto aerea. Da esso si diramava, in quell'area, una rete capillare particolarmente fitta di canali che servivano i mulini, come si può notare nel particolare della mappa Banzoli. I lavori di rifacimento delle fognature della zona hanno riportato alla luce, per un momento, le volte di copertura del canale che ha continuato a correre a cielo aperto per tutto il settecento. Come fa notare l'architetto, questo luogo della città, il casone del baluardo di porta Castello rappresenta un episodio urbano di fondamentale importanza nella storia di Reggio poiché testimonia della città murata, dei canali, della trasformazione delle mura determinata dalla costruzione dei bastioni che ha modificato la città ed imposto la costruzione di un ponte canale per consentire al Secchia di superare la fossa scavata attorno alle mura bastionate, mentre la porta viene nascosta dal terrapieno del bastione e se ne costruisce un'altra. Una volta entrato in città il canale segue varie diramazioni che la mappa Banzoli illustra bene e qui svolge molteplici funzioni.

Gli usi dell'acqua, gli aspetti legali
Un'importante funzione dell'acqua è l' irrigazione per i campi fuori dalla città, ma anche per i numerosi orti cittadini, come si ricava dal documento del 1341 in cui gli anziani di Reggio avevano concesso a chiunque di prelevare acqua dal canale di Secchia per tale uso, dietro pagamento di una tassa a rimborso delle spese sostenute dal Comune per il controllo e la manutenzione dei corsi d' acqua. Dal 12° secolo sono documentati i “dugaroli” addetti al controllo delle chiaviche ed alla verifica delle licenze d'uso dell'acqua da parte dei contadini che sono tenuti a far manutenzione di torrenti e canali in primavera. L'acqua dei canali muove però anche i mulini indispensabili alle attività che fioriscono numerose in città ben documentate nell'opera di V. Nironi-“Strade, mestieri e vita quotidiana d'altri tempi”. La ricchezza di attività trova conferma dallo stesso Banzoli il quale ci dice che nel 1720 il canale di Secchia azionava ancora, in città 10 mulini, serviva 31 filatoie, 2 galgarie, molti di questi erano già presenti vari secoli prima. Già Ottone II,° nel 980 aveva infatti concesso al Vescovo di Reggio di costruire mulini. Il vescovo poi cede al Comune il diritto di sfruttamento sulle acque del Tresinaro e del Secchia. Attorno al 1130 al potere vecovile succede il comune consolare; pochi decenni dopo passa ai consoli la giurisdizione sulle acque (per il Tresinaro l'anno è il 1179). Essi faranno una politica di donazioni ai Signori del Contado. Un esempio citato nello studio di F. Delucis è quello di Carpineti: 12 castellani giurano fedeltà al Comune ed ottengono un mulino ciascuno. Il Comune nomina però due magistri aquarum che controllano il rispetto dei patti di sfruttamento e di manutenzione degli impianti e dei corsi d'acqua. Nel 1184 due di questi, Lanfranco e Guido da Campegine, sono citati come arbitri in una contesa per l'uso dell'acqua e vediamo che è in loro potere imporre sanzioni. Più tardi, nel corso del 13° secolo Reggio precorre i tempi con la creazione di una specie di azienda municipalizzata. Il Comune infatti compra tutti i mulini: nel 1241 ne vengono acquistati quaranta il cui sfruttamento è controllato da un funzionario pubblico. In epoca signorile il diritto di concessione delle acque passa al Principe che ne trae anche un vantaggio personale: è il caso del Buco del Signore, nome col quale si intende la bocca di passaggio di una derivazione d'acqua dal Secchia, della capacità di mezza macinatoria, concessa a Sigismondo d'Este, fratello di Borso, signore di Reggio nel 1466, per il quale svolge la funzione di luogotenente generale a Reggio e di Signore a S.Martino. L' acqua si prelevava attraverso una bocca tarata ricavata in una lastra di pietra che consentiva l'immissione di 225 litri al secondo nel canale degli umiliati, dal nome di un vecchio convento, il canale prenderà poi il nome di canale del Buco del Signore, in riferimento alla bocca d'acqua che avrebbe dovuto impedire il prelievo di una quantità d'acqua superiore al consentito. Già dal 1484 si incontrano reclami per abusi. Nelle vicinanze di questo manufatto, come ricorda V. Nironi, si trovava il mulino dello Stagno che utilizzava in parte acqua degli stagni formati da sorgive esistenti tra Canali e Fogliano. La bocca d'acqua continuerà ad esistere fino all'ottocento quando, esaurita la discendenza diretta degli Este, il diritto d'acqua passerà a Carolina Belgioioso d'Este, così che il luogo comincerà ad essere anche chiamato Buco della Signora.

Alla riscoperta dei mestieri attraverso la toponomastica
Delle attività per le quali l'acqua era risorsa vitale resta traccia nella toponomastica: prima fra tutte la macinazione del grano per fare il pane. A tale uso funzionano diversi mulini collocati, come si può vedere nella mappa, soprattutto nella zona attorno
alla porta di S. Croce dove i diversi canali confluivano per uscire dalla città. Via della Veza ricorda uno di questi mulini. Anche l'attuale via Bellaria viene citata col nome di via del mulino dei preti del duomo. La via della macina, la via e la piazza della frumentaria derivano il loro nome dal fatto che nella prima si trovasse l'ufficio della macina, cioè l'ufficio addetto al controllo fiscale sulla farina macinata, nella seconda i granai dove il Comune immagazzinava il grano di riserva da distribuire ai mulini in caso di carestia. L'attività dei forni era strettamente correlata a quella dei mulini, proprio il nome di uno di questi forni diede il nome alla oggi conosciuta come via Don Minzoni, il forno di San Lorenzo. Via delle ortolane rimanda all'uso di coltivare anche in città, dentro le mura, i prodotti da orto. Del resto anche la piazza delle ortolane o del mercato delle erbe, corrispondente all'attuale piazza S. Prospero si presentava non come un semplice mercato, ma come un insieme di orti. Nironi nel suo studio sulla toponomastica reggiana ricorda inoltre che tante vie accompagnavano al nome “delle ortolane” il nome dei proprietari di tali orti: i Cappuccini, i Padri delle Grazie, i Servi, S. Agostino. Altro significato tale nome assumeva per la comunità ebraica di Reggio “orto degli ebrei“ era, infatti, il cimitero. Corporazione importante ed antica è quella della lana. Nel Liber focorum già si trova il nome di un abitante Bernardino de Lana, che probabilmente era un discendente di una famiglia di lanaioli o anch'esso un lanaiolo. In via San Carlo esisteva il palazzo dell'arte della lana. Nell'antica via detta del purgo, si liberavano i tessuti di lana dal grasso di cui erano stati impregnati mentre i laboratori dove si feltravano i panni si trovavano nelle attuali vie del Follo e del Folletto. Troviamo pure nominato, nel settecento, l'attuale vicolo Corbelli dove si effettuava la lucidatura dei panni mentre invece i chiodi usati per la tessitura per la lana si producevano in via Squadroni che portava il nome di via della chioderia. La lana, dunque, aveva assoluto bisogno della vicinanza del canale per lavare e sgrassare il filato. Un'attività importante, nel campo dei tessuti è anche quella della seta. La via oggi conosciuta come via Ferrari Bonini una volta era conosciuta come via Tiratora, proprio perché in questa zona c'erano edifici ove si traeva il filo serico dal bozzolo. Lungo il canale maestro che fiancheggiava via Guazzatoio vi erano un certo numero di filatoi anche se nessuno di questi diede il nome alla via dove era collocato. Un atto notarile del 1336 cita una contrata de Fondego, dove si presume esistesse un magazzino di tessuti, ma non si sa dove fosse. Galgana deriva il suo nome dal mulino delle galle, macinate per ricavarne una sostanza usata nella concia e nella tintoria delle pelli. Ben due mulini venivano utilizzati dai conciatori di pelli, che dovevano macinare i tannini, ricavati da una ghianda chiamata vallonea per impregnare la pelle. Alle concerie rimanda il nome di via della concia o delle caligarie, attività questa maleodorante e inquinante. Tale attività richiama la terza funzione dei canali a Reggio, quella di canali di scolo, insomma fogne a cielo aperto ove si scaricavano i “rifiuti” industriali. Ugualmente inquinanti erano le “beccherie” cioè i macelli che scaricavano nei canali i rifiuti di macellazione.

affresco del castello di Issogne

Un affresco del castello di Issogne in val d'Aosta ci mostra l' immagine delle antiche macellerie, anzi, in questo caso di un forno macelleria. Naturalmente i rifiuti di macellazione finivano nei canali che svolgevano, in questo caso, la funzione di fogne a cielo aperto. E' immaginabile perciò che, essendo molteplici le attività per le quali si utilizzava l'acqua, ci fosse un conflitto, specialmente nei periodi di scarsità. Appunto per questo si ricava dai documenti l'uso quattrocentesco delle ferie d'acqua durante le quali l'uso dell'acqua era riservato all'agricoltura. Tale uso durerà fino al 1800, infatti il regolamento comunale di Reggio prescrive le ferie d'acqua ancora nel 1878. Curioso uso ricorda ancora Nironi, all'origine del nome di via del guazzatoio: qui, in uno slargo del canale si portavano a sguazzare gli equini. Ultimo uso dell'acqua in città è quello che ci fa tornare in mente la simpatica novella di Boccaccio “Andreuccio da Perugia” caduto vittima di un inganno che lo fa cadere dal gabinetto nel chiassetto sottostante dove si raccolgono gli scarichi. Del resto il nome di via Cantarana rimanda probabilmente ai cantari cioè agli orinali che la gente vuotava di mattino gettandone il contenuto dalle finestre con grande rischio per i passanti, che ci si limitava ad avvertire col grido ”acqua, acqua”. In varie città sono ancora visibili le lastre sui muri dove s'impone ai cittadini di compiere tale operazione soltanto nelle prime ore del mattino. Nella città antica la convivenza di uomini e animali era normale, ma non al modo d'oggi come animali da compagnia: la povertà consigliava di tenersi in casa le galline per uso alimentare, ma il letame degli animali finiva in strada e così vediamo il comune di Scandiano emettere un'ordinanza contro quest'abitudine che sporcava pericolosamente la città. Non che l'igiene fosse del tutto trascurata a Reggio se, come ricorda ancora Nironi, esisteva già nel secolo 14° una stufa per cure termali che dava il nome di via della stufa all'attuale via Angelo Secchi. Bisognerà arrivare però al 1867 perché la città disponga di bagni pubblici; in quell' anno fu impiantato un primo rudimentale stabilimento di bagni pubblici in via San Filippo, nell'ala del soppresso convento di San Raffaele, al piano rialzato e di conseguenza fu detta la via dei Bagni. Canali ed attività economiche fanno di Reggio medioevale una città vivace, destinata a diventarlo sempre più, malgrado la marginalità rispetto alle più importanti vicine Modena e Parma. E' ancora Nironi che ci racconta, partendo dalla toponomastica, le molteplici attività, non direttamente correlate allo studio di cui ci occupiamo, ma diretta conseguenza del benessere che tali attività via via procurano. Ai vetturali o fiaccherai era intitolato l'odierna piazza Battisti perché vi sostavano le carrozze in attesa di clienti; al Boia era intitolata quella che poi prese il nome di via Arcipretura. Nella stessa via dei Gobbi, avevano sede il frati detti del Paruolo perché si occupavano di distribuire ogni giorno ai poveri della città la minestra che cuocevano in un grande paiolo: cosi nel secolo XVII la via fu detta anche via del Paruelo. Tale strada, nel cuore della città presenta anche una terza attività, molto particolare: a fianco della torre del comune si trova il bordello cittadino così che per i reggiani la torre è nota come la torre del Bordello. Anche in questo il Comune di Reggio si dimostra molto pragmatico nella gestione della cosa pubblica, infatti in quasi tutte le città il bordello è situato lontano dal centro, in un luogo “invisibile”; nel nostro caso il Comune preferisce tenere sotto controllo un' attività che si accompagna spesso alla delinquenza e si limita a chiedere alle prostitute di circolare in abiti decenti, in particolar modo quando partecipino ad una cerimonia religiosa. I Becchini avevano abitazione nel vicolo omonimo, appartato perché la loro vicinanza era sgradita agli altri cittadini. Fra il secolo XIV° e il secolo XVII° si parla in Reggio della famiglia Cambiatori alla quale è intitolata la via omonima. Non sembra da escludere che essa in antico esercitasse il cambio della moneta. Se ci fosse potremmo anche concludere che quella era la via in cui si svolgeva tale attività. Tre sono le vie che ricordano le fabbriche di stoviglie: via delle scodelle o delle scudelliere o delle fornace oggi conosciuta come via Roggi. L'attuale via della Croce Bianca veniva chiamata via dei Brentadori. Sotto la volta che immette in Piazza fin dal secolo 15°avevano sede i brentatori addetti al trasporto del vino ad all' esazione della relativa tassa. In caso d'incendio, i brentatori erano tenuti ad intervenire con le loro brente per portare l'acqua occorrente per lo spegnimento. A tale proposito conviene ricordare l'interessante scoperta che i tecnici dell' E.N.I.A hanno fatto esplorando la città sotterranea alla ricerca del complesso sistema di canali che ancora si ritrova, anche se non tutti i canali sono ancora percorribili. Al di sotto di piazza Prampolini essi hanno scoperto una grande vasca, non ancora datata, ma probabilmente ottocentesca, utilizzata come riserva d'acqua da utilizzare in caso di incendio. La città antica, ma anche quella relativamente recente è soggetta agli incendi, c'è ancora molto legno e paglia nelle strutture, ci sono rifiuti, merci ed altro affastellati negli interrati delle abitazioni. Il riscaldamento, come abbiamo visto è affidato ai camini. Il mercato della legna è attribuito alla piazza 24 Maggio solo nel 19°secolo, vi era poi un mercato del carbone e un mercato del gesso. All' inizio del 19° secolo furono tutti e tre riuniti nell'odierna piazza Fontanesi creatasi con la demolizione del convento e della chiesa di Santa Maria Maddalena. Questi generi che provenivano dalla montagna entravano in città da porta Castello, l'odierna via Guazzatoio; lì vicino, l'attuale via Monte Cusna era una volta conosciuta come via Asineria perché lì venivano lasciati in ricovero gli asini. E' naturalmente importante anche il mercato del bestiame, con le annesse macellerie o “beccherie” di cui si è detto in un'altra parte della nostra ricerca.

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