Territorio reggiano pedecollinare nel Medioevo

In prossimità dell’edificio religioso o del maniero sorsero le abitazioni dei rustici che inizialmente erano costituite da capanne in legno.

Il borgo, in quanto vicino all’area fortificata, finì spesso per acquisire la designazione di castello, tuttora riferita ad alcune località prossime, in epoca medievale ad una struttura castrense.

Un esempio possono essere le corti di Felina e Malliaco che oltre ad essere dotate del castello, come appare dai ruderi tuttora visibili nelle due località, risultano provviste della cappella e del gaio in monte Cervario. Ma non mancavano il mulino, il metato per l’essiccazione delle castagne ed altri opifici sparsi qua e là per soddisfare le esigenze della popolazione. E tutt’intorno s’innervava il reticolo stradale di cresta, di costa e di fondovalle, ben provvisto di ponti e ponticelli in legno, presso i quali, specialmente a ridosso di importanti crocevia, sorgevano gli ospizi per i pellegrini e le taverne per il ristoro dei viandanti.

In prossimità degli arenili fluviali si situavano i mulini che sfruttavano la forza motrice del fiume. Presso i mulini più importanti operavano macine per la spremitura dei gherigli di noce, tintorie, mangani, folli, concerie, gualcherie.

Per il transito sui ponti venne istituito il pontaticum o pontenaticum detto anche teloneum pontium. Il termine ponte, nel medioevo, oltre ad indicare la struttura collegante le due sponde, significava anche e soprattutto quell’insieme di attribuzioni normative e fiscali riguardanti la manutenzione, la viabilità e l’assistenza.

La foresta copriva gran parte del territorio e soltanto qua e là emergevano le grandi corti e i villaggi. Tra la fitta vegetazione silvestre, solcata da numerosi sentieri, vagavano vagabondi, cacciatori, predoni, eremiti, pastori, carbonai che, nei momenti di sosta, alloggiavano in capanne o caverna naturali.

Il paesaggio forestale rimase per lungo tempo il regno dell’orso, del cinghiale e del lupo, nemici terribili per l’uomo e le sue coltivazioni. Anche il capriolo e il cervo danneggiavano il raccolto. Anche per questo la selva divenne luogo di caccia, sia per la protezione e l’alimentazione, sia come svago per il ceto signorile.

La foresta offriva alle comunità di villaggio, importanti possibilità operative: la raccolta delle ghiande e dei frutti selvatici, il taglio della legna, il pascolo, la produzione del carbone, l’escavazione del pietrame per l’edilizia, la fruizione di sorgenti comuni, la rastrellatura del fogliame secco ad uso lettiera per gli animali, la caccia regolamentata, il libero passaggio delle greggi transumanti, l’uso della resina per le torce, delle cortecce per i cordai e della cera d’api per le candele.

Per Dante la foresta, allegoria del peccato, è

selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte.

Ma poi aggiunge, quasi a dar sollievo alla speranza, che racconterà delle altre cose viste per trattar del ben ch’ io vi trovai.

 

Le battute di caccia, a cui partecipavano anche le donne, si facevano a cavallo. Fermo ed immobile sul pugno del cacciatore il falcone, in segno di distinzione, accompagnava il suo padrone anche in occasione di fiere, mercati, pellegrinaggi e cerimonie sacre.

La fiera, caratterizzandosi come raduno annuale o di larga periodicità costituiva il richiamo di un’intera vallata; mentre il mercato, a scansione ravvicinata, rappresentava e rappresenta l’occasione più immediata per le famiglie di usufruire del flusso commerciale. Il privilegio di aprire mercati e fiere fu accordato dal potere comunale o signorile alle varie comunità dietro il pagamento di alcune tasse. Alcuni esempi: 1629 mercato Querciolese, 1479 i primi mercati settimanali a Castellarano, 1589 Montecchio dove nel 1606 fu autorizzata anche la prima fiera.

Durante i giorni di mercato, si fermavano i sensali e gli commercianti e gli artigiani per gustare la trippa, un piatto ancora oggi preparato secondo le antiche regole della cucina medievale; la base è formata da carote, sedano e cipolla. Poi si fa il condimento a parte: una cucchiaiata di lardo, del burro ed un po’ d’olio, quindi carote, sedano e cipolle tritate finemente e mentre si fa bollire il sugo, si aggiunge pomodoro, continuando a far bollire fino a che non divenga abbastanza consistente. Dopo almeno quattro ore di cottura, si toglie la trippa dalla pentola di prima cottura si fa scolare e quindi si taglia a strisce, poi s’immerge nel sugo già preparato e si rimette sul fuoco, a fiamma bassa per fare bollire altre quattro ore. In fine si serve calda e con molto formaggio grattuggiato (oggi è il Grana il formaggio indicato).

Aceto balsamico:

le prime notizie certe che ci parlano di un aceto rinomato originario delle nostre terre risalgono ai tempi di Matilde di Canossa. Il re Enrico II mandò a chiedere, nel 1046, al conte Bonifazio, padre di Matilde; "....quell’aceto che gli era stato lodato", e che, noto anche in Germania, non doveva certamente essere un aceto qualsiasi.

Donizone "Vita Mathildis" libro I, cap. XIII.

(monaco benedettino vissuto tra l’XI e il XII sec.)

La festività del santo titolare in origine si chiamava sacra, da cui sagra, ed aveva un carattere prevalentemente religioso. Nel sagrato si facevano alcune rappresentazioni teatrali. Un altro particolare di queste feste era la processione con la statua del santo patrono preceduto dalla croce astile: essa si snodava lungo i tratti stradali prossimi alla chiesa.

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