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La ricerca astronomica in Roma

Nel triangolo compreso fra il Campidoglio, il Collegio Romano e Torre Argentina si possono ritrovare le tracce dei primi osservatori astronomici cittadini.
Non è il caso di immaginare megalitiche costruzioni di tipo Stonehenge: si tratta di strutture molto più recenti e modeste, sorte e dissolte nell’arco di circa un secolo fra la fine del 1700 e gli inizi del 1900: eppure quasi del tutto rimosse dalla memoria urbana (non si troverà un’iscrizione per strada nè un’indicazione nelle guide Touring Club Italiano che possano aiutare a rintracciarle). Roma, al contrario di altre capitali europee come Parigi o Londra, che già nella seconda metà del Seicento erano dotate di grandi osservatori astronomici, ebbe delle vere specole - dal latino specula, vedetta, nome che si dava anticamente a una cupola astronomica - solo molto tardi, alla fine del Settecento. Prima di allora gli studiosi del cielo, che pure furono numerosi, erano soliti scegliere alte torri di edifici o colli elevati della città per le osservazioni, ma senza che in questi luoghi sorgesse un vero e proprio osservatorio. E’ interessante sapere che quello che l’astronomo Giovanni Celoria (1842-1920), direttore dell’osservatorio di Brera (Milano) e senatore del regno, considerava il primo osservatorio astronomico romano, fu fondato in via delle Botteghe Oscure, nel Palazzo Caetani, al numero civico 32. A finanziare l’impresa fu, nel 1775, lo stesso nobile da cui l’edificio ha tratto il nome: Francesco Caetani, duca di Sermoneta. La specola privata, consistente “ in una loggia con stanza annessa superiore a tutti li tetti ed a livello dè giardini della Villa Medici”, fu completata nel giro di due anni e dotata di vari strumenti ottici. Sotto la guida del padre domenicano Gian Battista Audiffredi, che si dedicò in particolare allo studio delle eclissi, delle occultazioni stellari e dei transiti di Mercurio e di Venere sul Sole.


Specola dell'Osservatorio del Collegio Romano ai tempi del Secchi

  L’Osservatorio Caetani raggiunse una certa fama, ma non fiorì a lungo: prima della fine del secolo era già in decadenza. In quello stesso periodo in un altro e non lontano edificio il severo e maestoso Collegio Romano, costruito dalla Compagnia di Gesù nel 1550, fu decisa per iniziativa papale, la costruzione di un Osservatorio astronomico. L’impresa fu affidata al padre Giuseppe Calamdrelli da Zagarolo, abate e professore di matematica, che nel 1787 eresse una specola sulla torre quadrata posta nell’angolo orientale della facciata del Collegio. In questa sede l’astronomia e le scienze esatte avevano una solida tradizione.

Già all’epoca di Galileo Galilei presso il Collegio Romano avevano insegnato matematici illustri, fra i quali padre gesuita tedesco Cristoforo Claudio (1537-1612), uno degli artefici della riforma del calendario voluta da Gregorio XIII ( 1582). Dopo le straordinarie scoperte di Galilei col telescopio appena costruito e la pubblicazione del Sidereus nuncius, Clavio e i suoi confratelli del Collegio Romano erano stati fra i primi a volgere uno strumento ottico al cielo e a convincersi, per esperienza diretta, della veridicità delle affermazioni galileiane: i satelliti di Giove, le fasi di Venere la natura “tricorporea” di Saturno ( i cannocchiali del tempo non riuscivano a risolvere gli anelli e il pianeta appariva quindi come un disco centrale affiancato da due stelle). Se poi, pur essendo intimamente convinti che Galilei aveva ottenuto delle inoppugnabili dimostrazioni della teoria copernicana, gli volsero le spalle, fu, come ha scritto l’astronomo Giorgio Abetti, perchè i toni della polemica, fra il grande scienziato e la Chiesa si erano fatti troppo aspri e non potevano certo seguirlo su quel terreno di scontro.

Ma torniamo alle vicende dell’Osservatorio del Collegio Romano. La sua fondazione era avvenuta più o meno all’epoca in cui la Compagnia di Gesù era stata soppressa per volere di Clemente XIV, nel 1773. Più tardi, dopo la restaurazione dell’ordine decisa da papa Pio VII nel 1814, i padri gesuiti ripresero possesso della loro antica sede. Sotto la direzione di Angelo Secchi (1818-1878), a partire dal 1849 l’Osservatorio si ampliò e raggiunse il massimo rigoglio. Sui massicci piloni dell’attigua chiesa di Sant’Ignazio fu costruita una specula più grande (questi piloni erano stati eretti con lo scopo di collocarvi una cupola di 17 metri per la chiesa, ma, essendo rimasto il progetto inattuato, Secchi pensò bene di utilizzarli per la nuova specola).

  Sui muri laterali della stessa chiesa furono ricavati sale di studio e di laboratorio. In questo vero e proprio istituto di ricerche, padre Secchi e i suoi numerosi collaboratori si dedicarono agli studi della nascente astrofisica, gettando le basi di quella classificazione spettrale delle stelle che, nelle linee generali, è ancora valida e che raggruppa le stelle in quattro classi a seconda del loro colore e delle caratteristiche del loro spettro. Nel secolo scorso Roma era considerata dagli astronomi “città privilegiata per clima, trasparenza di atmosfera, per limpidità di cielo”.
Questa definizione non può che muovere al sorriso e al rimpianto. Oggi, pure in una serata limpida, chi abita entro la cinta urbana riesce a malapena a distinguere le stelle di prima grandezza, tanto la visione è offuscata dal riverbero delle luci e dello smog. Ma quel privilegio di cento e più anni fa, fino a che durò, contribuì a dare impulso ai nostri studi astronomici. Mentre i padri gesuiti rilanciavano l’Osservatorio del Collegio Romano, Feliciano Scarpellini, professore di astronomia all’Università di Roma, otteneva l’assegnazione di un appartamento in Campidoglio e, poco dopo, faceva costruire una specola sulla Torre di Nicolò V, che è posta sull’angolo orientale del Palazzo Senatorio. Nel nuovo Osservatorio, divenuto più tardi pubblico, operarono studiosi di talento, come il modenese Pietro Tacchini (1838-1915), che avrebbe preso il posto di Angelo Secchi, e un altro emiliano, Lorenzo Respighi (1824-1889), quest’ultimo, dedicandosi a ricerche di astrofisica solare, entrò in aperta concorrenza con padre Secchi del Collegio Romano. Fra i due illustri scienziati non mancarono dispute e polemiche, mitigate però, come tengono a precisare i contemporanei, da una reciproca stima.

 
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